25 Novembre 2017

Il convegno intende focalizzare l’attenzione sull’importanza della cura, di quanto non sia facile essere un caregiver, perché nessuno lo insegna e nessuno sceglie di esserlo, lo si diventa semplicemente. Con l’aumentare di una serie di disabilità non mortali ma difficili da gestire giorno dopo giorno, sono molteplici le famiglie che vengono a contatto con la difficoltà dell’assistenza continuativa. Ad attanagliare molte famiglie vi è una realtà che spesso non gode della giusta attenzione; stiamo parlando più precisamente del cosiddetto “caregiving”, ovvero il prestare cura e assistenza a un familiare malato o disabile.

Un’attività lodevole, questa, ma allo stesso tempo destabilizzante, con conseguenze, talvolta, negative sull’equilibrio psicofisico di chi assiste. Il caregiver di solito sente la responsabilità dell’altro completamente nelle sue mani, non di rado infatti si tratta di persone tenaci e coraggiose, ma allo stesso tempo stanche e frustrate. I familiari sono coinvolti sia sul piano pratico-organizzativo che su quello emotivo. Questo duplice carico, definito come Caregiver Burden (che letteralmente significa “peso” legato all’assistenza di un malato), può portare a problemi di salute (insonnia, stanchezza, etc), a difficoltà di tipo emotivo (ansia e/o depressione, rabbia, frustrazione, senso di colpa, angoscia) e a problemi relazionali (isolamento sociale, diminuzione del tempo da dedicare ai propri bisogni, ad altri ruoli familiari, genitoriali, coniugali, professionali). Come emerge dalla maggior parte degli studi a riguardo, il caregiver esperisce rabbia, stanchezza, senso di colpa (per il timore di non essere adeguato al compito), o percepisce una propria supposta "inutilità". Dal punto di vista psicologico sono i sintomi depressivi e i problemi d'ansia il vissuto più diffuso nel caregiving, che spesso derivano dal non avere tempo e risorse per poter curare se stessi. In questa giornata, si parlerà anche di sport, più precisamente di sport come strumento terapeutico e abilitativo. La pratica sportiva può infatti considerarsi una vera e propria forma di medicina e come tale dev’essere considerata, come un’attività salutare e positiva anche per gli aspetti di unione sociale.

La chiusura al mondo esterno di soggetti non autosufficienti li conduce a rinchiudersi maggiormente in se stessi e il persistere di questo stato di cose non farà altro che generare un comportamento iperprotettivo delle famiglie. La possibilità di svolgere una leggera attività sportiva presenta vantaggi rilevanti anche dal punto di vista psicologico, in quanto contribuisce a restituire un atteggiamento più attivo, anche nei confronti del proprio corpo. Se si sostiene, dunque, che lo sport è salute per tutti gli individui, ciò significa che lo è anche per le persone che hanno diverse disabilità: motorie, sensoriali e psichiche. A maggior ragione è salute per tutte quelle persone che, avendo dei limiti di diverso tipo e natura, necessitano non solo di dedicarsi a una disciplina sportiva, ma anche di migliorare le proprie condizioni fisiche e sociali.

Ecco quindi che diventa indispensabile parlare di sport per le persone con disabilità e avviare in modo serio la pratica sportiva per ogni persona con qualsiasi tipo di disabilità